DavideBassano
04-10-2009, 09:45
io non commento...
http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_04/messina_sindaci_palazzo_fiume_cavallaro_sciacca_bd e4c812-b0b5-11de-b562-00144f02aabc.shtml
L'edificio simbolo della strage e le licenze
<table class="foto-h-left" align="left" width="1"> <tbody><tr> <td>http://www.corriere.it/Media/Foto/2009/10/04/PALAZZO--180x140.JPG</td> </tr> <tr> <td>Il palazzo di 5 piani costruito sulla foce del fiume a Scaletta Zanclea (foto AP) </td> </tr> </tbody></table> MESSINA — L’immagine che ricorderà negli anni il disa*stro e la rabbia di Messina sarà quella del palazzo piegato su se stesso, con il primo piano af*fondato nel letto dello stesso torrente sul quale è stato scia*guratamente costruito. Cinque piani di vergogna, sulla foce ce*mentificata di Scaletta. Ma non se ne vergogna nessuno da que*sti parti. Né il capo dell’ufficio tecnico Salvatore Calabrò per*ché si tratta di un «rifacimen*to », né il sindaco Mario Brigu*glio eletto nel 2003, perché in fondo sono pratiche vecchie, né il suo predecessore che fir*mò l’autorizzazione e che, guar*da un po', è proprio il padre, Giovanni, in carica dal ’74 al ’94, tante firme su progetti grandi e piccoli, anche su que*sto abuso che, giura, «di abusi*vo non ha niente».
Perché la tesi vincente è che le carte sono in regola. Anche per il costruttore, Carmelo Pa*gliuca, ditta familiare, pure que*sta «padre e figlio», certo della «regolarità»: «Abbiamo solo de*molito un edificio che c'era pri*ma e l'abbiamo rifatto più bel*lo». Lo capiscono che rischiano di passare per rozzi, incolti e in*teressati abusivisti sindaci, co*struttori e ingegneri di Scalet*ta. Ma si difendono, pur bistrat*tati da Guido Bertolaso. Rima*sto di stucco davanti al palaz*zotto accartocciato, a due passi dalla riva. Con gli inquilini che la mattina s'affacciavano sulla foce tappata. Come le due fami*glie di cui non c’è traccia, i Ru*scica e i Bonfiglio. Non si sa se stiano sotto o se la forza di quella potente colata di fango se li sia trascinati a mare. Stes*so drammatico interrogativo che tormenta Luisa Laganà, pa*dre e madre settantenni in*ghiottiti nel nulla. Echeggia an*cora la disperazione di un’ulti*ma telefonata dall’appartamen*to del primo piano: «Elena, il fi*nimondo, aiutaci, non riuscia*mo a usci...».
Poi, la voce della madre si spezza nel disastro che adesso lei scruta disorienta*ta perché, forse, le verrà il dub*bio che in un posto come quel*lo un palazzo non si poteva pro*prio costruire. E vaga col mari*to, Giampiero, guardando l’al*tro appartamento nel quale lo*ro abitavano, quello del terzo piano, schiacciato a livello del*la strada, mentre il resto sem*bra essere sprofondato negli abissi. E laggiù dovrebbe esser*ci pure Santino Bellomo, il ma*cellaio che aveva il negozio in via Roma, lato opposto. Una bottega schizzata via perché è rimasto uno spazio fangoso. Qualcuno scava per potere piangere su chi non c’è più. E altri scavano già fra le scartof*fie di un municipio che sembra uno scatolone giallino, un mo*noblocco schizzato senza fanta*sia, quartier generale di Mario Briguglio, 43 anni, pizzetto alla D’Artagnan, un cugino impor*tante, capogruppo del Pdl alla Camera, stivaloni infangati, poltrona presidenziale e foto gi*gante di Mino Reitano perché un fratello del cantante trovò qui moglie e da allora è gloria locale. Chissà se da sindaco, o almeno da rampollo di una fa*miglia politica ben radicata in zona, si sentirà responsabile de*gli abusi denunciati da Bertola*so, se avrà avvertito qualche imbarazzo quando lo stesso ca*po della Protezione civile, per aggirare una montagna di fan*go sulla vecchia statale diventa*ta il corso del paese e guadagna*re la via della spiaggia, è dovu*to entrare dentro una casa per*ché non esistono varchi. «Abu*sivismo? Ma di che parlate?», si sorprende Briguglio figlio, pronto a tirare fuori le due lette*re scritte a governo, Regione e prefetto fra novembre e dicem*bre dell’anno scorso, dopo l’al*luvione del 2007, per invocare lavori urgenti sul torrente e sul*la fiancata della montagna: «Il problema era ed è la frana, non le case a mare. Bisogna blocca*re il pericolo lassù da dove l’an*no scorso è caduto un masso di cinquanta quintali. Ma non mo*rì nessuno e ci lasciarono sbat*tere. A cominciare dalla Prote*zione civile che avrebbe dovu*to utilizzare 500 mila euro per la messa in sicurezza con i fon*di dell’'idrogeologico'. Belle le conferenze di servizio. Seguite dal nulla».
Replica a Bertolaso, sorvo*lando sui disastri a valle: «Cer*to che non costruiremo più in quella zona. Ma solo ora abbia*mo visto che cosa succede. Pri*ma come potevamo prevede*re? ». Il quesito piace all’inge*gnere Calabrò, 55 anni, occhia*li, rotondo, affaticato davanti alla pratica di quella concessio*ne del 1989: «Che c’entra l’abu*sivismo? Il palazzo nasce su un vecchio insediamento, come il convento delle suore e il palaz*zo del principe Ruffo anch’essi spazzati dalla valanga. Questa è 'zona B'». Formula magica af*ferrata al volo dal costruttore, Pagliuca, soddisfatto: «Zona B sta per zona di completamento centro urbano marino». Pure sul torrente? La domanda non piace, ma la risposta è una so*la: «Noi abbiamo demolito la casa che c’era prima per fare dieci appartamenti. Con tanto di licenza». E non ha alcun ri*morso Briguglio padre che a 77 anni sbotta, non solo contro Bertolaso: «Finiamola con ’ste speculazioni. Tutti a parlare di abusivismo. Financo l’amico mio Peppino Buzzanca, il sinda*co di Messina. E che scinnio (è sceso) dalla luna ora ora? Non era alla Provincia prima? Non le vedeva le case, da presiden*te? Io ci voglio bene a Peppino. Tutti ce ne vogliamo». E guar*da Calabrò , l’ingegnere che lo ebbe come testimone di nozze. «Che matrimonio. C’era pure il cugino importante». Briguglio il deputato? «No, Nania, Mim*mo Nania, il senatore». Di rap*porti, relazioni e parentele si parla con un sorriso compia*cente, incrinato dalle notizie sulla Procura che apre l’inchie*sta sul disastro colposo. Colpe? Qualcuno ha qualcosa da rim*proverarsi? Il costruttore allar*ga le braccia. Il sindaco pure. L’ingegnere appare poco poco turbato. Ma l’ex sindaco che fir*mò tranquillizza: «Normale è. Sempre giusto è fare un’inchie*sta. Qua però tutti con carte e mani pulite siamo».
Così a Scaletta l’unico con le mani sporche di fango resta l’ingegnere Vincenzo Andò che, nella sua divisa da vigile del fuoco, incrocia Bertolaso, indica le ruspe al lavoro e l’ac*qua che irrompe: «Restituiamo al torrente il suo letto natura*le ». Ma forse se l’è ripreso da solo. Nel peggiore dei modi.
<!-- google_ad_section_end --> Felice Cavallaro
Alfio Sciacca
04 ottobre 2009
http://www.corriere.it/cronache/09_ottobre_04/messina_sindaci_palazzo_fiume_cavallaro_sciacca_bd e4c812-b0b5-11de-b562-00144f02aabc.shtml
L'edificio simbolo della strage e le licenze
<table class="foto-h-left" align="left" width="1"> <tbody><tr> <td>http://www.corriere.it/Media/Foto/2009/10/04/PALAZZO--180x140.JPG</td> </tr> <tr> <td>Il palazzo di 5 piani costruito sulla foce del fiume a Scaletta Zanclea (foto AP) </td> </tr> </tbody></table> MESSINA — L’immagine che ricorderà negli anni il disa*stro e la rabbia di Messina sarà quella del palazzo piegato su se stesso, con il primo piano af*fondato nel letto dello stesso torrente sul quale è stato scia*guratamente costruito. Cinque piani di vergogna, sulla foce ce*mentificata di Scaletta. Ma non se ne vergogna nessuno da que*sti parti. Né il capo dell’ufficio tecnico Salvatore Calabrò per*ché si tratta di un «rifacimen*to », né il sindaco Mario Brigu*glio eletto nel 2003, perché in fondo sono pratiche vecchie, né il suo predecessore che fir*mò l’autorizzazione e che, guar*da un po', è proprio il padre, Giovanni, in carica dal ’74 al ’94, tante firme su progetti grandi e piccoli, anche su que*sto abuso che, giura, «di abusi*vo non ha niente».
Perché la tesi vincente è che le carte sono in regola. Anche per il costruttore, Carmelo Pa*gliuca, ditta familiare, pure que*sta «padre e figlio», certo della «regolarità»: «Abbiamo solo de*molito un edificio che c'era pri*ma e l'abbiamo rifatto più bel*lo». Lo capiscono che rischiano di passare per rozzi, incolti e in*teressati abusivisti sindaci, co*struttori e ingegneri di Scalet*ta. Ma si difendono, pur bistrat*tati da Guido Bertolaso. Rima*sto di stucco davanti al palaz*zotto accartocciato, a due passi dalla riva. Con gli inquilini che la mattina s'affacciavano sulla foce tappata. Come le due fami*glie di cui non c’è traccia, i Ru*scica e i Bonfiglio. Non si sa se stiano sotto o se la forza di quella potente colata di fango se li sia trascinati a mare. Stes*so drammatico interrogativo che tormenta Luisa Laganà, pa*dre e madre settantenni in*ghiottiti nel nulla. Echeggia an*cora la disperazione di un’ulti*ma telefonata dall’appartamen*to del primo piano: «Elena, il fi*nimondo, aiutaci, non riuscia*mo a usci...».
Poi, la voce della madre si spezza nel disastro che adesso lei scruta disorienta*ta perché, forse, le verrà il dub*bio che in un posto come quel*lo un palazzo non si poteva pro*prio costruire. E vaga col mari*to, Giampiero, guardando l’al*tro appartamento nel quale lo*ro abitavano, quello del terzo piano, schiacciato a livello del*la strada, mentre il resto sem*bra essere sprofondato negli abissi. E laggiù dovrebbe esser*ci pure Santino Bellomo, il ma*cellaio che aveva il negozio in via Roma, lato opposto. Una bottega schizzata via perché è rimasto uno spazio fangoso. Qualcuno scava per potere piangere su chi non c’è più. E altri scavano già fra le scartof*fie di un municipio che sembra uno scatolone giallino, un mo*noblocco schizzato senza fanta*sia, quartier generale di Mario Briguglio, 43 anni, pizzetto alla D’Artagnan, un cugino impor*tante, capogruppo del Pdl alla Camera, stivaloni infangati, poltrona presidenziale e foto gi*gante di Mino Reitano perché un fratello del cantante trovò qui moglie e da allora è gloria locale. Chissà se da sindaco, o almeno da rampollo di una fa*miglia politica ben radicata in zona, si sentirà responsabile de*gli abusi denunciati da Bertola*so, se avrà avvertito qualche imbarazzo quando lo stesso ca*po della Protezione civile, per aggirare una montagna di fan*go sulla vecchia statale diventa*ta il corso del paese e guadagna*re la via della spiaggia, è dovu*to entrare dentro una casa per*ché non esistono varchi. «Abu*sivismo? Ma di che parlate?», si sorprende Briguglio figlio, pronto a tirare fuori le due lette*re scritte a governo, Regione e prefetto fra novembre e dicem*bre dell’anno scorso, dopo l’al*luvione del 2007, per invocare lavori urgenti sul torrente e sul*la fiancata della montagna: «Il problema era ed è la frana, non le case a mare. Bisogna blocca*re il pericolo lassù da dove l’an*no scorso è caduto un masso di cinquanta quintali. Ma non mo*rì nessuno e ci lasciarono sbat*tere. A cominciare dalla Prote*zione civile che avrebbe dovu*to utilizzare 500 mila euro per la messa in sicurezza con i fon*di dell’'idrogeologico'. Belle le conferenze di servizio. Seguite dal nulla».
Replica a Bertolaso, sorvo*lando sui disastri a valle: «Cer*to che non costruiremo più in quella zona. Ma solo ora abbia*mo visto che cosa succede. Pri*ma come potevamo prevede*re? ». Il quesito piace all’inge*gnere Calabrò, 55 anni, occhia*li, rotondo, affaticato davanti alla pratica di quella concessio*ne del 1989: «Che c’entra l’abu*sivismo? Il palazzo nasce su un vecchio insediamento, come il convento delle suore e il palaz*zo del principe Ruffo anch’essi spazzati dalla valanga. Questa è 'zona B'». Formula magica af*ferrata al volo dal costruttore, Pagliuca, soddisfatto: «Zona B sta per zona di completamento centro urbano marino». Pure sul torrente? La domanda non piace, ma la risposta è una so*la: «Noi abbiamo demolito la casa che c’era prima per fare dieci appartamenti. Con tanto di licenza». E non ha alcun ri*morso Briguglio padre che a 77 anni sbotta, non solo contro Bertolaso: «Finiamola con ’ste speculazioni. Tutti a parlare di abusivismo. Financo l’amico mio Peppino Buzzanca, il sinda*co di Messina. E che scinnio (è sceso) dalla luna ora ora? Non era alla Provincia prima? Non le vedeva le case, da presiden*te? Io ci voglio bene a Peppino. Tutti ce ne vogliamo». E guar*da Calabrò , l’ingegnere che lo ebbe come testimone di nozze. «Che matrimonio. C’era pure il cugino importante». Briguglio il deputato? «No, Nania, Mim*mo Nania, il senatore». Di rap*porti, relazioni e parentele si parla con un sorriso compia*cente, incrinato dalle notizie sulla Procura che apre l’inchie*sta sul disastro colposo. Colpe? Qualcuno ha qualcosa da rim*proverarsi? Il costruttore allar*ga le braccia. Il sindaco pure. L’ingegnere appare poco poco turbato. Ma l’ex sindaco che fir*mò tranquillizza: «Normale è. Sempre giusto è fare un’inchie*sta. Qua però tutti con carte e mani pulite siamo».
Così a Scaletta l’unico con le mani sporche di fango resta l’ingegnere Vincenzo Andò che, nella sua divisa da vigile del fuoco, incrocia Bertolaso, indica le ruspe al lavoro e l’ac*qua che irrompe: «Restituiamo al torrente il suo letto natura*le ». Ma forse se l’è ripreso da solo. Nel peggiore dei modi.
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Alfio Sciacca
04 ottobre 2009